A bigger splash: la recensione di gelocal.it

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ARTICOLO DI: GELOCAL.IT

Passioni, gelosie e tragico finale non bastano per fare un buon film

Presentato alla 72a Mostra del cinema, lo scorso settembre, come «un ritratto sensuale che deflagra in violenza sotto il sole del Mediterraneo, fra risate, desiderio e rock’ n’ roll»”, “A bigger…di Michele Gottardi

Presentato alla 72a Mostra del cinema, lo scorso settembre, come «un ritratto sensuale che deflagra in violenza sotto il sole del Mediterraneo, fra risate, desiderio e rock’ n’ roll»”, A bigger splash, quarto film di Luca Guadagnino, ben esprime pregi e difetti del nostro cinema, pur con un’immagine internazionale. Ovvero, siamo una nazione di irrisolti.

Il film è il remake di “La piscina” di Jacques Deray, con Alain Delon (1969): anche lì c’era una storia di reciproci irretimenti, di tradimenti incrociati, con tragedia finale. Marianne Lane (Tilda Swinton) è in vacanza sull’isola di Pantelleria con il compagno Paul (Matthias Schoenaerts) – lei è una celebre rock star afona dopo un’operazione, lui un più giovane fotografo – quando a interrompere inaspettatamente la loro intimità arriva Harry, produttore discografico iconoclasta (Ralph Fiennes), ex fidanzato di Marianne, verboso e ancora attratto da lei, che piomba sull’isola con la figlia Penelope (Dakota Johnson), provocando un’esplosione di nostalgia delirante dalla quale sarà impossibile mettersi al riparo.

Pantelleria è l’altro personaggio del film, col suo paesaggio brullo e solare e i profughi che sbarcano ogni giorno, quelli che annegano e gli altri che si disperdono nell’isola. La pretesa del regista era di voler tradurre in immagini la forza del desiderio, l’istinto animalesco che trasuda dal quartetto. E nella prima parte ciò avviene grazie alla fisicità di Ralph Fiennes, alla musica dei Rolling Stone (in particolare “Emotional Rescue”) e all’indubbia abilità di Guadagnino, che si traduce in un uso accurato delle soggettive, evocando atmosfere tra Michelangelo Antonioni (“Deserto rosso”) e Roberto Rossellini (“Stromboli”). Tuttavia lo sviluppo successivo del film sembra invischiarsi nella stessa natura umana – difettosa, narcisista, oscena – che viene denunciata nei vacui protagonisti e di cui il carabiniere Corrado Guzzanti è l’immagine più rozza e provinciale. Il richiamo finale al Falstaff verdiano sottolinea il senso della burla in cui sovente scade la vita umana: ma l’epilogo paradossale assume qui la dimensione del ridicolo, facendo affogare in piscina anche le speranze del film.

La sequenza finale di Guzzanti, scadendo nel bozzetto macchiettistico, rende vani trama e ordito di gelosie e irretimenti, senza far esplodere il magma che cova sotto la cenere e il sole di Pantelleria: resta un’occasione irrisolta, come spesso accade per il cinema italiano, anche quando si ammanta di star internazionali.

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