Claudia Endrigo racconta il papà, anche di quella volta in cui una cernia a Pantelleria…

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Articolo di GAZZETTADIPARMA.IT

Endrigo su Endrigo il tormento e le canzoni

Carriera e, soprattutto, vita di un grande cantautore: l’artista, l’uomo, il papà raccontati dalla figlia Claudia

Ma veramente ormai lo si ricorda quasi soltanto per «Ci vuole un fiore»? Sul serio si sta perdendo la memoria di «Adesso sì», «Canzone per te», «Lontano dagli occhi» per non parlare di «Era d’estate» o «Aria di neve», di «Via Broletto 34» o «Viva Maddalena», di «Teresa» o «L’arca di Noè» o «Come stasera mai»? Si spera di no. Si spera che almeno «Io che amo solo te», diventata anche il titolo di un libro e poi di un film e utilizzata spesso nei talent musicali per verificare l’intensità interpretativa dei concorrenti, serva per mantenere viva la fiamma. Perché Sergio Endrigo è stato un grandissimo cantautore, un musicista intimo ed elegante, un artista sensibile e colto. E una persona perbene. Troppo, forse, per l’ambiente discografico e dello spettacolo, in cui navigò con tenacia disincantata per decenni, nonostante ne detestasse regole e ipocrisie. Malinconico, per i più. Vero, peraltro. Anzi, affetto da saudade con il Brasile nel cuore e nell’anima da un certo punto della sua vita in poi e per sempre. Ma nella biografia che la figlia Claudia gli ha dedicato («Sergio Endrigo, mio padre», Feltrinelli, prefazione di Claudio Baglioni) ritroviamo, sì, il cantante popolare, la star (senza mai essere super) che in tv si vedeva spesso fra Canzonissime e festival, il divo suo malgrado che promise ad Alighiero Noschese di spaccargli la faccia se avesse continuato a imitarlo in vesti di menagramo, ma troviamo anche, più a sorpresa il raccontatore seriale di barzellette, il giocatore di carte, lo sportivo, il tesserato Pci innamorato di Cuba, il viaggiatore, il papà divertente, dinamico, curioso, spiritoso, felice nelle estati bellissime a Pantelleria. Un uomo tormentato, però, insicuro, preda di molte nevrosi, troppo amico dell’alcol, portatore di un’infelicità lontana – il padre mai conosciuto, il fratello con cui ebbe un rapporto brutto e mai risolto, la miseria dell’infanzia in Istria, la condizione di profugo – in apparenza scostante e invece da tutti ricordato come affabile e cortese. «Lui ha l’aria di volersi così poco bene che c’è tutto lo spazio per amarlo», dirà Bruno Lauzi (un altro grande a rischio oblio), uno dei pochi artisti con cui Endrigo rimase in contatto. «A lui – scriverà ancora Lauzi – dobbiamo il primo, vero soprassalto di modernità nella canzone del dopoguerra, il primo micidiale attacco portato al perbenismo piccolo-borghese che rendeva stagnante il mondo che circondava noi ragazzi». C’è molto, forse tutto nel libro di Claudia Endrigo. Ovviamente la carriera. Gli inizi (comprò una chitarra perché con il ricavato dalla vendita dei francobolli non poteva permettersi il pianoforte), il successo, la vittoria a Sanremo 1968 («…la solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore…»), le collaborazioni prestigiose, gli incontri artistici e personali che marchiarono percorsi di vita e progetti di lavoro, da Nanni Ricordi a Sergio Bardotti, da Vinicius De Moraes a Toquinho, da Luigi Tenco a Jacques Brel, da Ennio Morricone a Pasolini a Gianni Rodari. Poi il declino discografico ed economico fino al triste viale del tramonto segnato dai gravi problemi all’udito, un qualcosa legato allo stress che si manifestava di punto in bianco, quando meno avrebbe dovuto, prima di un concerto o di un’esibizione in diretta tv. Nessuna agiografia, molta cruda verità: dai pettegolezzi su una presunta liaison con la giovanissima Marisa Sannia, alla querelle legale con Luis Bacalov sulla paternità della musica, premiata con l’Oscar, del «Postino» con Troisi, alle furiosi liti con la moglie che lo lascerà vedovo presto. L’Endrigo dietro le quinte fu spesso fragile, ma i ricordi della figlia ce lo restituiscono altrettanto spesso uomo grande di cuore e di anima. Un esempio: esperto subacqueo, a Pantelleria si sbizzarriva nella pesca e grazie alla sua abilità finivano sulla brace pesci da trenta chili. «Poi papà mollò la fiocina da un giorno all’altro e non la riprese mai più: una cernia che aveva seguito a lungo, fino alla tana, si era voltata all’improvviso e lo aveva guardato negli occhi».

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