Donnafugata: il passito che non invecchia mai

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ARTICOLO DI CORRIERE.IT

Il passito siciliano che non invecchia mai

11 FEBBRAIO 2016 | di  | @Corrieredivini

Josè Rallo

Quella del 1991 non c’era, colpa di un nubifragio. Mancavano anche quelle del 1993 e del 1994, disperse nel mondo. Le altre sono state portate fuori dal caveau. Tutte assieme, per la prima volta: 22 bottiglie di Ben Ryé, il vino dolce naturale più vicino all’Africa. Un viaggio nel tempo con gli occhi e il palato, sotto forma di degustazione. E una scoperta: questo vino resiste al tempo, invecchia senza invecchiare in maniera inaspettata anche per chi lo produce, la famiglia di Giacomo Rallo, il fondatore di Donnafugata, a Marsala e Pantelleria. È un vino che rende attuale il verdetto di Johann Wolfgang Goethe: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui comincia tutto».

Giacomo Rallo con la figlia Josè

Rallo usa questa frase come monito per chi visita la sua cantina: l’ha fatta riprodurre in grandi caratteri e in tre lingue all’ingresso del suo baglio a pochi passi dal cuore di Marsala. Laureato in legge, sicilianissimo nell’eloquio colto e ironico, collezionista di cannate (brocche settecentesche), è l’unico tra sette cugini ad aver deciso di continuare ad occuparsi di vino come iniziò a fare la sua famiglia nel 1851. «Alla fine degli anni 80 — racconta — due mie cugine mi hanno aiutato a passare dalle vecchie cantine Rallo che si occupavano del Marsala all’avventura di Donnafugata». Assieme alla cantina storica e ai 270 ettari di vigneti a Contessa Entellina, ci sono i 68 ettari di vigne, anche secolari, di Zibibbo, a Pantelleria. Piccole, ad alberello (dichiarate patrimonio dell’Umanità dall’Unesco), su terrazze con 20 chilometri di muretti in pietra lavica, in 14 contrade, con al centro, a Khamma, una cantina-dammuso.

Per ottenere uva dagli alberelli si lavora, senza ripari dal vento incessante sui terreni in forte pendenza, fino a tre volte più che a Marsala: i grappoli vengono appassiti sui graticci, scelti uno ad uno, il vino si affina in contenitori d’acciaio e poi riposa tre anni in bottiglia.

Ben Ryé

Tra i passiti ci sono quelli che smarriscono l’identità dopo qualche anno: il colore si fa cupo, spariscono i profumi floreali, il gusto è «marsalato». Il Ben Ryé, al contrario, è una sfida di lunga durata all’eterna giovinezza. Quando Monica Larner di Wine Advocate, la rivista del guru Robert Parker, ha assaggiato le 22 annate di questo passito in un eno-tour a Pantelleria, ha spiegato che il Ben Ryé, con la sua «potenza psichedelica», è una delle ragioni per innamorarsi della Sicilia. Ha provato a paragonarlo al francese Sauternes. E si è servita di una similitudine da pasticceria per spiegare le differenze: il primo è come una esplosiva cassata, il secondo come una pacata crème brûlée.

Alti i punteggi assegnati dalla giornalista americana alle annate, da 89 in su, con tre 95 (1992, 2005, 2206), un 96 (2010), un 97 (2008). Vince il 2001, 98 punti: «Da knockout, il vertice della qualità in un vino da dessert, con le sue tonalità d’ambra e le delicate complessità» e il gusto di pesca, miele, mandorle tostate, arancia candita. Chi ha queste bottiglie può conservarle a lungo in cantina: secondo Larner, l’annata più vecchia, 1989, può essere bevuta almeno fino al 2026.
Alla la degustazione c’erano Giacomo e i figli, Antonio e Josè: «È stata una prova mai realizzata prima — dice Antonio — ha dimostrato una longevità del Ben Ryé che ha superato le nostre migliori aspettative». La solare Josè, volto e voce di Donnafugata (2 milioni di bottiglie esportate in 60 Paesi), che presenta i vini anche con le sue canzoni jazz, è pronta «ad impegnarsi ancora di più per far emergere l’anima del Ben Ryé». La stessa anima siciliana di cui parlava Goethe in «Viaggio in Italia».
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