Nocturno intervista Evelyn Stewart (Ida Galli)

ida galli

ARTICOLO DI NOCTURNO.IT

25 Marzo 2016

Intervista a Evelyn Stewart

Tanto per entrare nell’argomento dei film cominciando proprio da Pantelleria, dove lei ora ha casa: mi raccontava che quest’isola l’ha conosciuta proprio mentre girava Grazie signore p… di Renato Savino…

A dire la verità, sono rimasta un po’ male quando ho girato Grazie signore p…, perché mi aspettavo un’altra cosa. Stavo lavorando in Spagna (in Quando Marta urlò dalla tomba, ndr) quando mi telefonò il mio agente dicendomi che c’era questo film con Hiram Keller, che aveva appena fatto il Satyricon di Fellini. Si pensava che potesse essere un film molto interessante, che la presenza di Keller fosse una garanzia. Fu il mio agente a firmare il contratto. Avevo parlato con il regista che mi aveva spiegato la storia, di queste due ragazze che vivono un momento di riflessione (ride)… poi, però, mi sono resa conto che era tutta un’altra cosa. Alla fine credo sia forse uno dei film meno interessanti tra quelli che ho fatto e non è che lo ricordi molto volentieri. Anche se sono stata molto bene sul set, mi ha fatto conoscere Pantelleria e il regista era una persona simpatica: eravamo un gruppo simpatico di persone, però, proprio come film, è da dimenticare….

E Keller?

Hiram era simpatico, un po’ fuori… (ride). Credo che in seguito sia andato a New York e si sia messo a fare il cuoco, aprendo un ristorante.

ida galli 01Lei, Ida, è nata a Sestola, in provincia di Modena: come è passata da Sestola al cinema?

Vivevo già a Roma, da quattro o cinque anni, quando ho cominciato a fare cinema. Mi stavo diplomando quando per caso, un amico di mia sorella, che faceva l’attore… oddio, come si chiamava? Gérard Landry, un attore francese che viveva a Roma, mi fece delle fotografie. Allora abitavo a Ostia, lui venne al mare a trovarci e mi fece alcune foto. Landry era abbastanza conosciuto in quel momento: insomma, mi trovò interessante e fece vedere le foto di questa ragazzina al suo agente e così cominciò il tutto, in maniera davvero casuale… Io non pensavo assolutamente al cinema, volevo fare l’insegnante. Era proprio una cosa lontana dalle mie idee. Successe che queste fotografie finissero tra le mani del regista di Nel blu dipinto di blu, Piero Tellini, che stava da tempo cercando una giovane ragazza con le mie caratteristiche: mi prese subito…

Il suo vero esordio fu quindi questo?

Sì. Il film era abbastanza interessante, con Domenico Modugno che aveva appena vinto Sanremo con la sua canzone, e con Giovanna Ralli… Era un film tipo neorealismo, molto, molto carino… Piero Tellini era uno sceneggiatore dell’entourage di Federico Fellini e questa era forse la sua prima regia. Peccato non abbia avuto molto successo, forse perché tutti si aspettavano il filmettino mentre invece era un film, se vuole, anche impegnato, fatto molto bene e abbastanza ricercato, con una fotografia meravigliosa, ambientato nella Roma popolana. Il successo non è stato quello importante che loro si aspettavano, ma il film meritava.

Lì viene subito notata nell’ambiente, giusto?

Sì… un produttore che si chiamava Franco Cancellieri mi fece un contratto e così girai Legge di guerra… no, anzi, mi confondo: Une fille pour l’été, Una ragazza per l’estate di Edouard Molinaro, in Francia. Lì ero ancora combattuta, se continuare col cinema… Questo produttore però insisteva: «Ma prova, prova, vedrai…». Perché Nel blu dipinto di blu aveva avuto, per quel che mi riguardava, molto successo, ero piaciuta molto, e allora… feci questo film in Francia, poi Legge di guerra, anche lì con un bel ruolo drammatico, importante, girato in Jugoslavia… E poi Fellini mi ha chiamato e mi ha fatto fare questo ruolo nella Dolce vita

La debuttante dell’anno…

Sì e le devo dire che mi dispiace molto che nelle varie storie del cinema e di Fellini non venga mai citato questo personaggio della debuttante che invece allora ebbe un grande successo. Perché poi dietro c’era la storia della principessa Barberini che era stata rincorsa dal fidanzato con lo spadone. Fellini mi volle anche a Milano, quando si fece la prima del film, perché il mio personaggio era abbastanza importante.

Com’era il Fellini che lei ha conosciuto?

Guardi, eccezionale, una cosa davvero fuori dal normale. Una persona meravigliosa… Sua madre poi credo si chiamasse Ida come me, quindi era sempre lì a dirmi: «Idina, Idina…». Un uomo affettuoso, è stato splendido lavorare con lui… e anche Mastroianni era un amore di uomo.

Nello stesso giro di mesi, nel 1960, lei interpreta anche Messalina Venere imperatrice di Vittorio Cottafavi, che fu anche il primo dei tanti film storici e in costume che caratterizzano la sua carriera…

Era un kolossal per l’epoca, con sceneggiatura di Ennio De Concini, e il film era carino… Guardi, io ho sempre cercato, fin da allora, di fare quello che mi piaceva. Già appena iniziato a fare l’attrice, mi piaceva molto cambiare, diversificare i miei impegni sul set, i personaggi che interpretavo. Passare dalla personalità scura alla ragazzina del popolo, dai film in costume a quelli moderni… A me sarebbe piaciuto moltissimo fare cinema come lo facevano in Inghilterra, negli altri posti, non fossilizzandomi su un personaggio. Mentre allora, da noi soprattutto, c’era questa abitudine. Se eri un certo tipo di persona, ti volevano sempre per gli stessi personaggi: se eri l’amante facevi sempre l’amante, se eri la perfida facevi sempre la perfida… Allora io ho cercato sempre di cambiare personaggi completamente. E qualsiasi cosa fosse, un’opera prima di un regista, un western, un film storico, un film di guerra, seguivo tutti i filoni pur di cambiare…

Infatti, proprio nello stesso periodo passa da Cottafavi a Pietrangeli con Fantasmi a Roma

Sono partita molto bene in questo senso, perché anche in quel film lì mi trovavo in mezzo a tutti questi giganti, io che non avevo fatto né una scuola né niente. Tant’è vero che sia a Fellini sia a Visconti, che erano quelli che ci tenevano di più a fare i maestri, io lo chiesi se era bene che facessi una scuola. Visconti mi disse assolutamente di no e mi consigliò di fare tutti i tipi di film che mi fossero proposti… strano che lui mi dicesse una cosa simile, no? Ma secondo lui solo così si imparava… Fellini, dal canto suo, mi disse una cosa molto carina: che io avevo i tempi cinematografici e che quelli o ci sono o non ci sono, non c’è scuola che te li insegni. Fu una cosa molto carina e per me allora anche molto importante. Da cosa eravamo partiti per questo discorso? Ah sì, il film di Pietrangeli, pieno di grandi attori, straordinari. Ma lì mi tenevano un po’ tutti come la coccolina. Sono stata molto fortunata: io continuo a dire che del cinema ho un ricordo meraviglioso, soprattutto delle persone; non solo degli attori, di tutti. Nella vita normale, tra la gente non di cinema, ho trovato raramente la stessa sensibilità…

Quindi, una volta ingranata la carriera, le piaceva molto lavorare nel cinema, le dava grandi soddisfazioni…

Sì, però, non avendolo scelto proprio in maniera premeditata, i primi tempi non era così… anche perché nel frattempo avevo avuto un po’ di problemi familiari, anzi un grosso problema come la morte di mio padre, che mi ha fatto sentire molto sola. Mi sembrava quasi un’imposizione, questo lavoro. L’ho vissuto per un periodo così; poi dopo mi sono sposata e ogni volta che ho aspettato un figlio mi sono fermata, sempre nei momenti migliori…

Ecco, apriamo una breve parentesi su questo. So che Deborah Cocco è sua figlia, ma è vero che suo figlio è anche quell’Alessandro Cocco che faceva il piccolo protagonista di La bellissima estate di Sergio Martino?

Sì, è vero, Deborah è la seconda. Il primo, Alessandro, ha fatto anche un altro film, con Tomas Milian Il giustiziere sfida la città… La nascita di Alessandro mi ha fatto fermare subito dopo Il gattopardo. Mi sono fermata e non ho lavorato per un po’. Poi il cinema ha continuato a chiamarmi e a quel punto ho cominciato con i western…

Però, prima di arrivare alla fase western, vorrei farle una domanda su un regista col quale lei ha lavorato due volte, una personalità di spicco come Mario Bava

Ho un bel ricordo di Mario Bava, perché si divertiva a farmi vedere tutti i trucchi che realizzava. Questo signore molto elegante, aveva la capacità di farti vivere il film come un grande gioco. Tra l’altro, nei suoi film, soprattutto Ercole al centro della Terra, c’era una fotografia meravigliosa, io stavo benissimo, quindi ero molto contenta… Bava me lo ricordo sempre sorridente, con questa grande capacità di metterti in ruoli dove non dovevi sforzarti per niente, perché lui riusciva a farteli fare benissimo. Grande professionalità e simpatia… Me lo ricordo mentre era tutto preso a disegnare sui suoi vetrini e me li mostrava, mi spiegava tutti i retroscena…

In quel film c’era anche Christopher Lee, c’era Reg Park che faceva Ercole…

Sì, sì… era un Ercole un po’ più modesto, però (ride)…

Parliamo allora dell’esperienza con Luchino Visconti nel Gattopardo

Visconti mi ha scelto subito. Come ha visto la mia fotografia mi ha scelto. Tra l’altro, per fare una delle figlie di Lancaster… Io non me l’aspettavo proprio. Mi ha mandato a chiamare, mi ha visto, non ha nemmeno voluto farmi fare un provino. L’unica cosa, siccome io sono sempre stata bionda, mi ha fatto tingere i capelli di scuro per dare un po’ di folklore siciliano. Con Visconti è stato un rapporto eccezionale, lui mi ha voluto un bene enorme, tant’è vero che, dopo, mi chiamò per Morte a Venezia… Ecco, il mio sogno sarebbe – ma non so dove e a chi rivolgermi – di avere le foto dei provini che feci per Morte a Venezia. Dopo Il gattopardo mi sono fermata per un po’, dopo la nascita di mio figlio. Luchino mi aveva richiamato, per ben tre volte. E poi, quando andai per parlare per Morte a Venezia, Visconti mi disse: «Finalmente si degna di rifarsi viva!»… lui mi dava sempre del lei. E mi fece questo provino fotografico. Io ero troppo giovane per essere la madre del ragazzo, ma lui mi disse: «A me non importa, perché diminuisco l’età di tutti gli altri figli. La madre è un simbolo, non importa anche se è molto giovane». Solo che in quel momento io stavo girando, perché mi avevano scelto per un film a Londra e avevo già firmato questo contratto. E alla fine ho detto di no a Visconti per Morte a Venezia. C’era Albino Cocco che continuava a chiamarmi ma alla fine non me la sentivo di mollare il film in Inghilterra, Concerto per pistola solista, anche perché avevo già girato un po’ di scene. C’era anche Michele Lupo che era parecchio arrabbiato che io potessi recedere dal film: «Non è giusto, non si fa così…». Insomma, non feci Morte a Venezia. M’è venuta la febbre, poi, dopo, perché mi sono resa conto dell’errore enorme, anche perché Visconti non me l’ha perdonata, giustamente. Poi lui si è ammalato e non c’è stata più nessuna occasione di incontrarci. Comunque, per il provino mi fece queste fotografie con Helmut Berger, che poi incontrai in un film…

Una farfalla con le ali insanguinate, quello che avete girato a Bergamo…

Giusto, io faccio delle figuracce a non ricordarmi i titoli, ma sono sempre stata così. Comunque… Helmut mi disse che Visconti, queste mie fotografie, le teneva sempre vicino, le aveva messe in esposizione dove stava sempre seduto quando ormai era paralizzato in una parte del corpo. Le teneva vicino e le guardava, perché diceva che erano le più belle foto che avesse fatto per questo ruolo. Allora, per lui il ruolo doveva essere il mio. Poi dopo prese Silvana Mangano, che fu straordinaria, meravigliosa, ma lui si era innamorato delle mie foto. Da qualche parte esisteranno ancora, non credo siano andate distrutte. Erano di una bellezza, sa… con tutti gli abiti d’epoca, con questi veli… C’era anche Cecchi Gori che mi diceva: «Ma dai, Ida fallo… pazienza, io poi ti faccio un contratto per altri due film» era chiaro che a lui conveniva; avendo le opzioni per altri due film dopo non mi faceva nessuna causa né niente… Chi fa causa a Visconti? Ognuno ha un grande rammarico, nella vita, io ho questo. Perché fare Morte a Venezia, già più matura, non più ragazzina, in questo film che sarebbe passato alla storia, sarebbe stato veramente il massimo. Io non ho mai cercato un successo momentaneo, così, di pubblico, sono sempre stata un po’ schiva… però avere questo ricordo meraviglioso mi sarebbe piaciuto. Anche per tutte le belle parole che Visconti mi ha detto, lui che non era uno facile ai complimenti, tant’è che la gente, infatti, si meravigliava…

Un film di quel periodo in cui lei mi piace molto è Roma contro Roma, di Giuseppe Vari: a un certo punto lei fa una camminata in un bosco notturno, in stato di trance… Che scena fantastica!

(ride) Dunque io adesso non ho dei ricordi precisissimi di questo film… Chi era l’attore?

C’erano John Drew Barrymore, Ettore Manni, Philippe Hersent…

Ah sì, ma mi ricordo soprattutto i fuori-scena, che al mattino mi venivano a prendere con Ettore Manni, perché abitavamo vicini e poi facevamo questi lunghi viaggi verso il set, perché si andava fino a Manziana… è in quella zona che l’abbiamo girato. Ho questo flash…

Quand’è che Ida Galli diventa Evelyn Stewart?

Con i western, con Un dollaro bucato, perché allora ci fecero cambiare a tutti nome. Era obbligatorio, perché lo vendevano agli americani e volevano questo nome straniero. Non so chi lo trovò. Ricordo che Ewelyn come nome a me era piaciuto abbastanza. Venne fuori così, non è che si sia dovuto fare una grande ricerca o che ci fossero ragioni particolari dietro questo pseudonimo.

Qual è stato il primo western che ha fatto?

Un dollaro bucato ed ebbe tantissimo successo, nonostante fosse stato girato con pochi soldi, pochissimi. Giorgio Ferroni, il regista, era simpatico, divertente. Il film, come dicevo, ha portato tantissimi soldi e allora subito dopo mi fecero fare Adios Gringo e da lì ne feci tutta una serie, anche in Spagna. Però questi primi due sono quelli più interessanti. Entrambi con Giuliano Gemma, con il quale ci eravamo già conosciuti durante Il gattopardo, perché Visconti per far fare a me la figlia di Lancaster mi ha mandato per più di un mese a lezioni di piano, in modo che riuscissi a muovere le dita in maniera coerente. E lui, Gemma, veniva con me perché mentre io suonavo il piano lui cantava… non so se si ricorda, lui nel film interpretava un garibaldino che cantava. Quindi ci siamo conosciuti già durante la preparazione del Gattopardo per un mese. Poi ci siamo visti giù in Sicilia. Ci siamo ritrovati nei western e più tardi in un film di guerra dove c’era anche Henry Fonda…

Il grande attacco, di Lenzi…

Sì, lì facevo sua moglie, ma proprio una piccola cosa. Aveva insistito Lenzi perché tornassi al cinema, ma io praticamente avevo già smesso: «Vieni, vieni, fai la moglie di Giuliano…», mi sono lasciata convincere ed è stata l’ultima cosa che ho fatto.

Un bel film che ho rivisto di recente perché ne abbiamo curato un’edizione dvd per Cecchi Gori, è Le piacevoli notti, quello co-firmato da Armando Crispino e Luciano Lucignani… ma chi lo diresse?

Sono contenta se torna fuori, mi fa piacere… Sul set io mi ricordo più Crispino, era più lui, anche se la testa era forse più Lucignani. Crispino era il più attivo, sicuramente, ma a parer mio dietro, forse, c’era molto Lucignani. Anche di questo ho un bellissimo ricordo, perché quando mi chiedono chi è l’attore più simpatico, in assoluto, che ho conosciuto, rispondo che è stato Vittorio Gassman, sia sul set sia fuori dal set.

Più simpatico anche di Alberto Sordi?

Sì, fuori set sì, senza dubbio… Anche con Sordi ho avuto un buonissimo rapporto, tant’è vero che dopo Il medico della mutua mi ha voluto anche nel Professor Tarsilli; nel secondo film non c’era un ruolo femminile, mentre lui mi ha voluta assolutamente. E sono stata, credo, una delle poche che Sordi ha voluto per due volte vicino a sé. Sordi non era facile: bravissimo, eccezionale, meraviglioso, però come carattere era abbastanza duro; colpiva questa trasformazione dalla persona un pochettino scostante e così allo straordinario interprete che diventava sul set.

Scorrendo la sua filmografia si trovano film di ogni tipo, anche gli spy-movies, le imitazioni italiane di James Bond…

Come le ho detto, io lo facevo apposta di variare continuamente, se no rischiavi che ti fossilizzassero in un determinato ruolo. Allora io cambiavo, cambiavo completamente…

Nel quadro di questi cambiamenti e di questo eclettismo si innesta perfettamente un film che è stato recentemente rieditato in dvd in Francia, Il giardino delle delizie, di Silvano Agosti…

Agosti, di per sé, è un personaggio incredibile. Di Il giardino delle delizie ho un ricordo bellissimo, no bello. Quando mi ha parlato del film per la prima volta, Agosti mi ha portato al cimitero inglese, per illustrarmi il personaggio (ride). Una meraviglia di persona, suadente, così attento. Tutte le mattine, a me e a Lea Massari, quando c’era anche lei, ci portava i fiori. Anche se non c’era una lira, perché era il primo film di Enzo Doria… al quale, poverino, tutte le mattine facevano una puntura di vitamine per tenerlo su…  (ride) perché era il suo primo film da produttore e aveva difficoltà a trovare i soldi. Nonostante questo, Silvano ogni mattina ci portava a fiori. Io e la Massari abbiamo pure pensato che andasse a prenderli nel cimitero lì vicino. Ah, ma è stata un’esperienza bellissima.

Purtroppo il film, da quanto ho capito, nella sua forma completa, integrale, è andato perduto: so che ha avuto un sacco di traversie censorie…

Sì, infatti, è stato abbastanza boicottato. Anche se poi andammo al festival di Pesaro e prendemmo un premio. Già era un film piuttosto difficile, in aggiunta è stato anche biocottato, perché si opponeva alla religione, con questo personaggio che uccideva, con questo spirito un po’ diverso, onirico… Mi ricordo quando eravamo a girare a Portofino che tutti noi attori eravamo sdraiati per terra, perché Agosti voleva che noi tutti, finalmente, vedessimo Portofino come nessuno l’aveva mai visto, dal basso verso l’alto, perché tutti, invece, lo guardano dall’alto verso il basso (ride). Indubbiamente una bella e singolare esperienza.

Senta, Ida, ma invece Moresque obiettivo allucinante conosciuto anche come Copland ouvre le feu a Mexico, di Riccardo Freda, lei lo ha fatto o no?

Sì, ricordo di avere lavorato con Freda, ma questo film non lo ricordo affatto…

Con Assassination diretto da Emilio Miraglia siamo però già più sul versante poliziesco…

Era un film partito con un budget anche abbastanza interessante. Abbiamo girato a New York, ad Amsterdam… Doveva uscire bene, però alla fine non ha avuto questo grande successo che ci si aspettava…

Invece, un film che ha avuto parecchio successo all’epoca fu Il dolce corpo di Deborah, che inaugura la stagione del giallo all’italiana all’interno del quale lei sarà una vera e propria star: ne ha fatti tantissimi…

Eh sì, girato a Roma e sulla Costa Azzurra, Il dolce corpo di Deborah è uno dei gialli che ricordo con più piacere. Dopo questo film, tra l’altro, io sono stata ferma per un po’ di tempo, perché ho avuto mia figlia Deborah. C’è stata questa strana coincidenza. Il regista mi chiamò e io gli avevo detto che forse non avrei lavorato più. «Ma sì, dai, vieni…», così Guerrieri alla fine mi convinse. E poi, cosa strana, io avevo deciso già di chiamare mia figlia Deborah. Quando sono andata a parlare col regista ero all’ottavo mese; lui mi disse: «Guarda, aspetto che tu partorisca, perché io voglio te!». E a questo punto, ho scoperto che il film si intitolava Il dolce corpo di Deborah, il nome che avevo deciso di dare a mia figlia. Sul set, me la portavo dietro, piccolina piccolina. Quindi ho anche questo ricordo molto tenero del film.

Il cast era notevole: Jean Sorel, Carrol Baker, Luigi Pistilli, che lei poi rincontrerà in altri film… Insieme avreste girato quel bellissimo giallo-crepuscolare di Scavolini, Un bianco vestito per Marialé

Già, poveretto Pistilli, ha fatto questa fine terribile… Sì, concordo con lei, Un bianco vestito per Marialé era molto bello. Non so perché non abbia avuto successo… Forse era un po’ troppo nichilista, non ho capito perché non sia andato… Ci sono stati altri gialli molto più brutti che hanno avuto successo. Anche se oggi lei mi dice che è stato riscoperto, no?

Sì, sì, ha molti cultori. Era il frutto di una buona miscela di elementi: ottimi attori, un’atmosfera lugubre particolare, una indovinata colonna sonora… Ma il giallo, il thriller, i generi scuri, le piacevano?

Sì sì, era divertente girarli, era piacevole. Anche il film di cui le parlavo prima, quello per cui non accettai Morte a Venezia, Concerto per pistola solista, era un bel giallo e il mio personaggio mi piaceva. La sceneggiatura era magnifica, bellissima… ecco, forse la realizzazione, nonostante sia riuscito un buon film, non era al livello della sceneggiatura. Ero convinta che il film avrebbe avuto un grande successo, invece no: forse era sbagliato anche il titolo. Molti giornalisti che scrissero le critiche del film furono di questa idea, che il titolo fosse sbagliato, perché non si capiva immediatamente che fosse un giallo e lo si prendeva piuttosto per un western. Peccato, perché – le dico – la sceneggiatura era meravigliosa, permeata da questo umorismo inglese…

Cos’era Strada senza uscita, di Gaetano Palmieri, con Andrea Giordana?

Mah, era un film molto ambizioso che però non è venuto fuori come si sperava. Era un giallo che abbiamo girato in parte in Calabria, nel momento del massimo successo di Andrea Giordana. Aveva appena fatto Il conte di Montecristo e mi ricordo di un episodio mentre giravamo giù in Calabria: stavamo in un albergo, vicino al lago Ampollino, nella Sila. Un sabato c’era la processione del paese e quando si è saputo che c’era Giordana, la processione ha girato per arrivare fino all’albergo e poi ha proseguito per la sua strada (ride). I personaggi televisivi allora erano davvero degli dei. Lui poi era anche un bel ragazzo…

Il delitto del diavolo andava invece verso il cinema metafisico, un horror carico di simbolismi…

Molto strano quel film. Ricordo che stavamo bene sul set, ci divertivamo. Il regista ci teneva molto alla vena sexy, era molto compreso da questo aspetto erotico. Era il periodo in cui nel cinema italiano emergeva questa moda dei film un po’ onirici… Lì conobbi Silvia Monti, con la quale eravamo diventate molto amiche. Sì, l’amica forse più amica che ho avuto nel cinema è stata forse Silvia Monti, altrimenti no… perché io ho fatto tutto un altro tipo di vita. Forse è anche questo che mi ha spinto poi a lasciare, perché le mie amicizie, le conoscenze erano per lo più al di fuori del cinema. Quando ho finito con il cinema, ho lavorato per vent’anni e ho finito da poco, con Giulio Macchi, che è stato il fondatore di Orizzonti della scienza e della tecnica, le trasmissioni televisive… non so se le ricorda? Macchi è stato un po’ il padre di Piero Angela. Era un genio della televisione, un regista meraviglioso, con grandi capacità innovative. Fece trasmissioni importanti, come Habitat, dove tirò fuori questi grandi architetti, tipo Renzo Piano, e prima ancora, come le dicevo, Orizzonti della scienza e della tecnica. Quando io ho finito col cinema, ci siamo incontrati per caso, dopo anni, perché lui aveva fatto la regia di un episodio di Le italiane e l’amore

Dove lei interpretava Il prezzo dell’amore di Piero Nelli…

Sì, purtroppo però quell’episodio mio è andato perso ed è un peccato perché era davvero bello… Sì è bruciata la pellicola, non c’è più… Il mio episodio non esiste più e mi dispiace perché era molto bello. Io ero una ragazza che veniva violentata, molto drammatico, un bellissimo personaggio. E anche Macchi in quel film era il regista di uno dei vari episodi. Ma noi ci eravamo incontrati all’inizio della mia carriera ed eravamo diventati amici, con lui e con la sua famiglia. All’epoca aveva un grosso entourage di persone, perché era veramente importantissimo, in Italia e all’estero, in Francia, dappertutto. Ci siamo visti per caso quando io smisi col cinema, in viale Mazzini, mentre stava uscendo dalla Rai. L’ho visto e l’ho chiamato, io ero insieme a mio figlio… quando ci eravamo allora persi di vista io non ero nemmeno sposata. Così gli ho presentato mio figlio, ci siamo ritrovati ed è stata una grande felicità, perché lui mi aveva aiutato molto, come le dicevo, all’inizio della carriera, dopo la morte di mio padre. Era più grande di me di una ventina d’anni e io mi appoggiavo molto a lui e a sua moglie; quando avevo bisogno di un consiglio, di qualcosa, andavo da loro. Anche lui aveva smesso con la televisione e si occupava di allestimenti di mostre, mostre importantissime, in tutta Europa. Così ho lavorato per vent’anni con lui: è stato davvero molto bello. Abbiamo organizzato mostre nelle principali città europee, soprattutto alla Kunsthalle di Bonn ma anche al Petit Palais di Parigi. Lui poi purtroppo è mancato l’anno scorso ed è finita questa esperienza, che mi ha riempito la vita tantissimo in questi anni.

Prima mi citava Il grande attacco, ma lei ha lavorato anche in altre occasioni con Lenzi, nel Coltello di ghiaccio, che era un altro di questi thriller, poi nel Giustiziere sfida la città con Milian… 

Beh, Lenzi… allora era un po’ presuntuosetto, però anche con lui non posso dire di avere avuto un brutto rapporto… Io magari sembro esagerata, ma debbo dire che ho sempre avuto dei rapporti molto molto buoni con le persone. Non ho dei ricordi cattivi, nemmeno di lui, che è stato uno che mi ha molto rimproverato, perché, a suo giudizio, dovevo fare una carriera più importante, più interessante… Quasi tutti mi hanno rimproverato questo, devo dire la verità: il mio carattere, il modo che avevo di comportarmi, il fatto di essere troppo schiva. O di affezionarmi troppo a una persona senza riflettere se fosse quella giusta… di non guardare mai con interesse alla carriera, ecco. Lenzi mi ha rimproverato abbastanza per questo, però poi mi ha richiamato anche dopo, ma io avevo già smesso e gli ho detto di no. Lui è un po’… ecco, non è tra le persone più simpatiche che ho conosciuto, mettiamola così.

Perché la sua immagine era così frequentemente associata al thriller, al gotico? Lei non mi sembra abbia una personalità crepuscolare, anzi… Ma lo sceglievo io, era una cosa che facevo consapevolmente, perché erano generi, questi, che mi permettevano di cambiare, di poter essere buona o cattiva. Ed erano film che richiedevano una recitazione un po’ più interessante, più sfumata, anziché il solito ruolo della moglie o dell’amante. Era per questo. A parte che a me i gialli sono sempre piaciuti, quelli belli naturalmente. E poi lo vede anche lei, nei titoli che mi sta elencando, quante varianti ho fatto… Molti, anche tra i miei ammiratori, mi credevano una straniera, una nordica che ogni tanto veniva a girare in Italia (ride)

Un film in cui trovo che lei sia molto ben valorizzata è Cagliostro, dove c’erano di mezzo Pier Carpi e Daniele Pettinari, il marito della Bonaccorti…

Pier Carpi, il regista, era un po’ tipo Silvano Agosti, una persona molto particolare, coltissima, che scriveva. Lui faceva addirittura il disegnatore dei Topolino. Ma veramente molto, molto particolare… Pettinari me lo ricordo come sceneggiatore, forse… tra l’altro, la Bonaccorti è stata anche lei abbastanza mia amica e per un po’ di tempo ci siamo frequentate. Siamo andate insieme anche a qualche festival, mi ricordo, per presentare il film. Ma per quel che so io, la mente del film è stato Pier Carpi…

Che tra l’altro poi le fa fare il ruolo della Madonna in Povero Cristo

Sì… (ride). Fu molto divertente, perché Carpi stava cercando questa figura del Cristo e mi parlava, mi telefonava a ogni ora del giorno e della notte… anche alle tre di notte, perché io ero un po’ incerta se fare questo ruolo: «Sì. Lo devi fare, lo devi fare…». Solo che doveva scegliere a chi far fare Gesù Cristo ed era molto indeciso. Una volta mi disse che in ballo c’era forse anche Al Pacino (ride)… «Ah, bene – gli dissi – che meraviglia! Anche se non è il mio preferito! Ma insomma, Al Pacino è Al Pacino» (ride). Quando poi venne fuori la scelta definitiva di Mino Reitano, che per lui era perfetta, io ci sono rimasta molto male, devo dire (ride). Tant’è vero che ero indecisa se farlo, ma poi lui era così simpatico che ho accettato, anche senza Al Pacino…

Dopo Povero Cristo, gira il film di Mario Caiano Napoli spara e Sette note in nero con Fulci, del quale vorrei chiederle un ricordo…

Lucio Fulci con me si è comportato sempre benissimo, ho girato molto bene con lui, sul set stavo benissimo… anche se lui era un altro di quelli che mi rimproveravano molto. Anche Fulci mi ha molto sgridato, per il mio modo di essere. Era molto bravo, io almeno lo trovavo bravissimo come regista, aveva dei tempi perfetti. A parer mio non ha avuto tutto quello che meritava dal cinema.

Lei, Ida, per la televisione non ha invece quasi mai lavorato, o sbaglio?

Sì, è vero. Ho fatto una cosa che si chiamava Diagnosi, di Mario Caiano, con Philippe Leroy. Praticamente ho fatto solo quello… no, aspetti, forse ho fatto anche un altro film televisivo di cui non ricordo il titolo…

A proposito di inediti: Küçük kovboy (Cowboy Kid) di Guido Zurli lo avete girato in Turchia, giusto?

Sì, sì, con protagonista questo Arkin che in Turchia era un divo incredibile. Quando sono arrivata lì, infatti, mi sono stupita, perché questo signore era l’equivalente di quello che in Italia poteva essere un Mastroianni: era considerato bellissimo e molto amato dalle donne, da tutti… Andammo a girare in Cappadocia. Siamo stati bene, anche se del film non mi è rimasto un ricordo eccezionale.

Lei mi ha detto che Il grande attacco, nel 1978, è stato tra i suoi ultimi film… Ma dopo, però, è accreditata anche in Fratelli d’Italia

Sì… anche quella è stata una di quelle cose… Dunque, è andata così: c’era anche Christian De Sica nel film, che era un entusiasta di me; si ricordava di Nel blu dipinto di blu, con suo padre, poi aveva visto Fantasmi a Roma e aveva seguito i western… perché lui è coltissimo in campo cinematografico, una persona con un preparazione, sotto tutti gli aspetti, eccezionale, sono rimasta quasi sconvolta dalla sua conoscenza di tutto e di tutti… E allora, aveva tanto insistito ma tanto insistito che mi convinse a tornare al cinema per questa piccola parte: «Se poi piaci, si va avanti…». Se avessi ancora provato piacere nel cinema avrei potuto ancora fare tante cose. Perché poi, io ho smesso di fare cinema che avevo in casa almeno sette o otto copioni; non ho smesso per mancanza di lavoro, intendo dire. Ho fatto questa piccola cosa ma mi sono resa conto che proprio per me era un discorso finito, e allora… Quello lì è stato proprio l’ultimo, ma non lo considero neanche…

Ha mai tenuto un conto preciso di tutti i suoi film?

Un mio ammiratore mi aveva detto che ne ho girati 67, ma secondo me sono meno, sui 63 o 64. Che sono stati comunque un bel po’ di lavoro, se poi considera che come le ho detto mi sono dovuta fermare due volte quando sono nati i miei figli, tra l’altro nei momenti migliori della mia carriera, perché il primo figlio l’ho avuto a 24 anni e l’altra a 27. Quindi, ho perso tante occasioni. Dopo Il gattopardo, c’era Visconti che mi faceva questa pubblicità incredibile, perché secondo lui ero il più bel viso d’Italia. Sa, una cosa del genere detta non certo dal primo che passava… era una bella pubblicità. Lui è stato un vate, quindi una cosa che diceva lui diventava vera per tutti. Interrompere il lavoro in quel momento ha significato perdere una grande occasione, d’altra parte io avevo fatto una scelta di vita. Questo mestiere io non l’ho scelto, quindi non l’ho preso molto sul serio fin dall’inizio, anche se questo non significa che quando lavoravo non mi impegnassi nel modo giusto, però… era tutto così, quasi un di più. Invece poi mi sono resa conto che le persone che ho conosciuto mi sono piaciute moltissimo, ho avuto accanto personaggi meravigliosi, quindi io ho davvero un bel ricordo. Tant’è vero che mi è dispiaciuto che mio figlio non volesse fare cinema, tra l’altro era bravissimo, veramente di una bravura incredibile… io sono rimasta meravigliata. E invece niente. Mia figlia che era anche lei molto brava, in televisione… tant’è vero che anche Arbore l’aveva scelta per una trasmissione… ha presente quando andavano a trasmettere i capodanni nelle varie capitali del mondo? Deborah aveva fatto una trasmissione da Pechino: era stata bravissima e Arbore, che allora faceva Rai International, l’avrebbe voluta. Secondo Arbore, lei era un po’ come la Rossellini. Era molto comunicativa, più comunicativa di me. A Deborah dava però molto fastidio una cosa: purtroppo, lei sa com’è la carriera in televisione… A volte le capitava di prepararsi e di arrivare fino all’ultimo e poi, magari, veniva scelta un’altra perché era amica di uno o aveva la conoscenza di un altro. Io le ho spiegato che questo succede normalmente, lo devi mettere in conto. Ma a lei questa cosa non andava e praticamente ha smesso per questo. Peccato. Io invece, continuando la vita, ormai sono una signora molto matura, mi rendo conto di quanta sensibilità e che belle persone ho incontrato. Forse sono io che ho scelto bene, che sono stata fortunata….

(Pantelleria, agosto 2011)

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