Il soldato Aldemiro Casoni, insignito medaglia d’onore: aveva un numero sulla pelle

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Non chiedetegli perchè ha i capelli bianchi

Il 28 gennaio Aldemiro Casoni di Aprilia, soldato catturato e detenuto dai tedeschi nei lager nazzisti, l’8 settembre 1943, sarà insignito della medaglia d’onore al Liceo Grassi di Latina, per concessione dello Stato Italiano.
Aldemiro era uno dei sopravvissuti e ce lo racconta la nipote Elisabetta Casoni, architetto di Aprilia e promotrice dell’onorificenza con la Prefettura di Latina, supportata dall’Associazione “Un ricordo per la pace”.
- Architetto ci racconti suo nonno. “Il nonno, nato a Carpineti, provincia di Reggio Emilia, era “soldato di leva classe 1914″ e venne chiamato alle armi nel 1935. Da subito iniziò il suo calvario. Tornò spesso a casa in licenza e nel 1938 venne posto in congedo illimitato. La famiglia Casoni aveva ricevuto dall’Opera Nazionale Combattenti un podere nella zona di Vallelata. Nel marzo del 1940 sposò Angela Camporesi, la cui famiglia era giunta negli stessi luoghi per aver avuto in assegnazione un altro podere, in zona della Riserva Nuova. La moglie rimase subito incita e a novembre giunse la notizia del richiamo alle armi.
“Partì il 25 novembre e suo figlio Tullio naque il 16 dicembre. Al che ottenne una licenza illimitata “per aver già due fratelli alle armi” e il 29 dicembre tornò a casa per conoscere il suo primogenito. Il 5 aprile del 1942, giorno di Pasqua, naque il secondogenito Pasquale, ma la guerra incalzava e a marzo dell’anno dopo venne richiamato alle armi con una circolare dello Stato Maggiore del Regio Esercito. Il 15 giugno partì per i Balcani. Un viaggio massacrante con un triste epilogo: catturato prigioniero l’11 settembre 1943 dalle FF. AA. tedesche e rinchiuso in un campo di concentramento.
“Ma la situazione in Italia la situazione si faceva sempre più difficile e le persone vivevano nel terrore continuo. La nonna, quando il marito era partito, era incinta del terzo figlio e al momento del parto l’allevatrice del paese non andò ad assisterla perché “in fondo era moglie di un fascista”. Lei, che invece non aveva mai ben visto quel fascismo che costringeva il suo uomo a stare lontano dalla sua famiglia, partorì, mio padre Adriano, il 25 luglio 1943 con le sue sole forze.”
- Nel frattempo, i parenti avevano notizie dei propri cari al fronte? “No e la nonna e gli altri famigliari però, avendo ricevuto notizie della cattura delle truppe italiane, avevano intuito la loro sorte e l’unica cosa da fare era sperare e pregare il Signore. Poichè, inoltre in quel momento ad Aprilia la situazione non era delle migliori, la nonna con alcuni parenti si trasferì a Fiumana, vicino Forlì, ospiti di alcuni parenti.”

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Suo nonno parlava della sua esperienza in guerra e nella detenzione? “Non molto, ma mi ritorna in mente che la nonna ci impediva di fargli delle domande a riguardo perché lui non voleva ricordare i momenti più drammatici e terrificanti passati senza essere considerati esseri umani. A noi nove nipoti ci ripeteva in continuazione “Non chiedetegli perché ha i capelli bianchi!”: i capelli bianchi gli erano venuti di colpo, dopo che era arrivato davanti a quella porta … la porta dove si entrava … ma poi non usciva più nessuno vivo.”
- Suo padre come parlava del proprio padre? “Mi ha sempre raccontato di aver conosciuto un padre che era diverso da quell’uomo che invece descrivevano i suoi familiari, tanto allegro e solare. Il nonno prima della guerra era sicuramente un uomo diverso da quello che era tornato: purtroppo qualcosa era cambiato. Aveva un numero stampato sulla sua pelle. Anche quello cercava di nasconderlo come se fosse un’onta per lui e non per gli artefici. Era un nonno alto e austero e con noi nipoti era sempre gentile.”
- Dopo la liberazione di suo nonno a casa erano a conoscenza? Quando lo videro tornare quale fu la reazione? In che condizioni lo trovarono? “Il nonno fu liberato il 10 aprile del 1945 ma prima che si riuscisse a riportare tutti i prigionieri in patria passarono circa tre mesi. Aveva 31 anni. Il 28 luglio arrivò al Distretto di Reggio Emilia e concessogli il congedo illimitato poté raggiunge i suoi famigliari che ancora si trovavano vicino Forlì. Mio padre Adriano racconta che mentre tutti erano felici per il suo ritorno lui, che aveva soli due anni, aveva invece paura in quanto non lo aveva mai visto e poi, con quei capelli bianchi, era diverso dalla foto che la mamma gli aveva sempre mostrato. La nonna raccontava sempre questo episodio con tanto affetto e tenerezza. Il nonno era tornato dimagrito e deperito; la sua salute era pregiudicata in quanto aveva contratto la pleurite. Gli attacchi di asma lo colpivano sempre più e al sopraggiungere dell”estate per lui era un tormento … anche d’inverno voleva che la finestra rimanesse aperta … lui diceva che così entrava l’aria e avrebbe anche voluto dormire in giardino, a cielo aperto, così da non sentirsi mai più in un luogo chiuso come in quella prigione che lo deve aver annientato. Ma al nonno era sopraggiunta anche quella triste consapevolezza della delusione della fine del fascismo. Il fascismo per lui era una fede perché gli aveva dato la speranza della rinascita. La sua famiglia aveva ricevuto un intero podere nella pianura Pontina, nella costruenda città di Aprilia nel 1936, dove aveva riposto tutte le sue speranze.

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- Architetto Casoni, perché questa medaglia? “Nel 2010 quando morì mia nonna Angela, nel rimettere a posto i suoi documenti ritrovai il foglio di congedo del nonno. Leggendolo, riflettevo sull’importanza che potesse avere non solo quel pezzo di carta ma anche la sua vita trascorsa: mio nonno Aldemiro aveva partecipato a quel pezzo di storia da me studiato durante la mia tesi di laurea sulla città di fondazione di Aprilia e al terrificante evento della seconda guerra mondiale, subendone le conseguenze più terribili che ne erano scaturite con l’emanazione delle leggi razziali poi applicate anche a noi italiani considerati “traditori”. Inviai, così, una richiesta in Germania per avere dati certi sul suo internamento, ma i dati vengono dati solo per le persone che sono poi deceduti al loro interno. Così parlai con Elisa Bonacini, presidente dell’Associazione “Un ricordo per la Pace”: mio nonno aveva diritto ad un riconoscimento dello Stato per le vicissitudini subite. In effetti sul foglio di congedo c’è scritto “Nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura e al comportamento durante la prigionia di guerra.” Lui morì nel 1979, dopo ben 33 anni di vita sofferta a combattere quella sua perenne debolezza e delusione della fine di un grande ideale. La medaglia d’onore, anche a distanza di così tanti anni, ritengo che sia un giusto riconoscimento per tutte le sue sofferenze.”

Il 27 gennaio si celebra il giorno della memoria:  essa ricorda le vittime dell’Olocausto e delle leggi razziali e coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.
Furono circa 616.000 i militari italiani deportati nei campi di concentramento nazisti, stratagemma di Hitler per sottrarli alla tutela della Croce Rossa Internazionale. Questi, considerati traditori, furono obbligati a svolgere lavori particolarmente duri e pericolosi, esposti al rischio dei frequenti bombardamenti. Circa 50.000 militari internati non sopravvissero e migliaia di loro morirono al rientro in Italia per le gravi malattie contratte nei lager.

Una medaglia per non dimenticare l’onore e il valore di tanti uomini e donne.

Marina Cozzo

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